Ricordo di Enzo: ritorno a P&L

Ritornare a scrivere su Psicologia e Lavoro dopo 40 anni di assenza, da quando ne ero il giovano co-direttore insieme ad Enzo Spaltro, è per me un’emozione profonda, che mi evoca la storia dell’amicizia mai interrotta con lui.

L’ho conosciuto da matricola di sociologia a Trento quando, al suo arrivo preceduto da un alone di sospettabilità, si rivelò giovane professore bizzarro, determinato e carismatico, per nulla ortodosso come ex Cattolica di Milano ed ex delfino di Padre Gemelli.

Medico e psicologo autonomo, indipendente, innovativo e dissacrante, organizzò un oceanico T-group di studenti a Riva del Garda, provocando un vero tumulto di conflittualità tra la fazione di minoranza a favore della soggettività e la stragrande maggioranza di marxisti leninisti, propugnatori della lotta di classe come soluzione di tutti i problemi dell’individuo.

Io ero uno dei 100 ragazzi e rimasi affascinato dall’abilità di questo quarantenne, che con una competenza straordinaria e una sicurezza fuori dal comune, riuscì a gestire perfettamente l’evento, lasciando un segno indelebile dentro di me.

Non lo persi di vista durante i miei anni da studente-lavoratore, in cui agli studi affiancavo un coinvolgente lavoro su Milano, già indirizzato alla gestione delle persone, in una società all’avanguardia per la ricerca psicosociale e i temi di people management.

Da laureato e neo-dirigente, iniziai una lunga collaborazione professionale con Enzo e il suo team dell’IRIPS, instaurando una rara relazione con lui di pareticità orizzontale e autenticità reciproca. Da quegli anni la nostra amicizia diventò sempre più profonda, le nostre vite parallele riuscivano ad intrecciarsi ogni tanto per progetti comuni di check up aziendali, eventi, pubblicazioni e progetti accademici ma anche per cene e chiacchierate informali di insolita piacevolezza, affettività e apprendimento.

Quello che mi ha sempre colpito di Enzo, è che era riuscito a promuovere le proprie debolezze in principi guida di vita, confessandole sempre apertamente, all’insegna del trionfo della soggettività. Ad esempio, riconosceva di essere forte nell’innovazione ideativa ma debole nella realizzazione operativa, sapeva attrarre e coinvolgere una moltitudine di persone in attività professionali volontaristiche ma non sapeva consolidare nessuna organizzazione stabile. Amava fare da sé, studiare, scrivere e insegnare e sorprendeva tutti con visioni estreme che nei decenni si manifestavano realistiche e condivise.

I grandi temi che ha irradiato nel mondo, come la soggettività, la gruppalità, il benessere, il bellessere e la sognabilità, costituiscono ancora le traiettorie del dibattito internazionale sui cambiamenti della società e delle persone.

Una pulsione straordinaria di Enzo era il senso del futuro, che anche negli ultimi tempi guidava ogni sua attività. Il giorno prima della sua scomparsa abbiamo discusso l’idea di un grande convegno di rilancio della Fondazione che porta il suo nome e immaginato i contenuti che potevano essere ospitati in una nuova piattaforma di divulgazione.

Mi auguro di poter contribuire, nei prossimi tempi, alla realizzazione di questo desiderio, per dare continuità al suo pensiero e alla nostra amicizia.

Giorgio Del Mare