Smart Working fra produttività e vissuto personale

Un articolo di Katherina Tsalikis

L’argomento “Smart Working” è rimasto centrale, durante queste ultime settimane, nell’agenda di tutti noi, visto che ormai è parte integrante della nostra quotidianità. Pertanto abbiamo voluto raccogliere alcuni dati fra i nostri collegamenti su Linkedin ponendo una semplice domanda: lavorare in Smart Working ti rende più o meno produttivo?

Decisamente interessanti le risposte fornite: alcuni affermano di lavorare di più ma con orari diversi, maggiormente flessibili; altri sostengono che non sia cambiato pressoché nulla e altri ancora dicono di lavorare meno a causa della complessità dei sistemi informatici forniti dalla propria azienda e delle interruzioni causate dal continuo flusso di notizie e dibattiti sulla situazione di emergenza attuale.

Ne ho dedotto che ognuno di noi in questa fase ha la possibilità di gestire il proprio tempo fermo restante una certa autonomia nella gestione dei carichi di lavoro – aspetto non così scontato nell’organizzazione dei processi lavorativi e nel passaggio delle informazioni – e dunque un ruolo centrale è giocato dalla nostra dedizione, dal nostro senso di responsabilità, dalla nostra voglia di contribuire agli obiettivi aziendali e dalla capacità di restare immuni da distrazioni.

Un’altra dinamica che emerge da questa situazione è quella personologica.

Chi è estremamente estroverso e socievole soffre la mancanza di interazione umana e cerca, quindi, un “contatto” che inevitabilmente occupa del tempo: dalle videochiamate con gli amici ai disco party sul balcone, dai flash mob ad orari concordati (come è stato per l’applauso ai medici e l’accensione delle candele) mentre si scambia un saluto con vicini e dirimpettai mai calcolati prima.

Chi è più introverso, invece, inizialmente gode del suo spazio ritrovato in solitudine, del tanto agognato tempo per riflettere e decanta lo stress delle interruzioni continue che vive durante la normale vita da ufficio, guadagnandone in produttività. Tuttavia superata questa prima fase torna anch’egli alla ricerca di interazione poiché, in fondo, siamo tutti animali sociali.

Per ciò che mi concerne invece, se nel mio ruolo di formatrice e all’interno dei progetti strategici avviati con le aziende ho subito un rallentamento delle mie attività, sono però felice di poter proseguire a pieno regime il mio lavoro da coach: aiutando gli altri a metabolizzare questa strana sensazione di isolamento rispetto al resto del mondo, di dipendenza totale dalla tecnologia come surrogato del contatto umano e a gestire in modo proficuo la modalità di lavoro in Smart Working per assicurare la produttività maggiore che questa è in grado effettivamente di far raggiungere.

Credo che questa sia la prova che ognuno di noi può aiutare e dare un contributo alla propria comunità di riferimento, pur restando a casa.